Un foglio bianco, asettico, completamente sterile.
Le dita di due mani che strimpellano sulla tastiera come se i tasti fossero le corde di una chitarra.
Fare questo è stato spesso un rifugio, una dimora, un nido.
Un attimo per fermare il tempo ed ascoltarmi, sentirmi veramente, andare a fondo.
Chiudere fuori il mondo esterno ed osservare il mio.
Piccolo, insignificante, banale quanto si vuole...ma mio. Mio davvero.
Da qualche tempo riesco a farlo molto meno, forse ora i miei rifugi sono altrove, presso stazioni che non prevedano la stesura di pagine di tutto e di niente.
Certe banchine per treni in cui fare attenzione a non oltrepassare la linea gialla. Perché se solo ci provi rischi di venire travolta e non rialzarti più.
Eppure questo angolino torna sempre a mancarmi. Mi manca la scrittura stessa, perché quando ne hai trovato giovamento per una vita intera, non te la scordi mica da un giorno all'altro. E allora ritorno per poi lasciarmi risucchiare nuovamente dai meandri pieni ma talvolta inconsistenti della mia esistenza. E dunque rieccomi ancora, in un giro infinito che sembra un passo di danza. Avanti e indietro, su e giù.
Certa che, almeno qui, non mi accadrà nulla di male. Che non farò danni nella vita degli altri e non stuprero' la mia.
Che qui non posso cadere o peccare o sbagliare. E che scrivendo non s'è mai bruciato nessuno.






