Apro la pagina bianca, penso che mi piacerebbe riempirla in qualche modo, vederla prendere vita.
Poi la chiudo, penso che anche il bianco sia un bel colore.
Non è assenza: è purezza, candore, un vuoto che non inghiotte.
Quando sono scesa in spiaggia c'era un po' di vento, finalmente.
La solita calda immobilità era stata spazzata via da una brezza leggera, tiepida, che potevo quasi toccare con le dita. E che permetteva ai miei muscoli di spingere di più, di sentirsi più forti.
Le spiagge vanno via via popolandosi e laddove calpestavo la sabbia in piena solitudine, ora si deve trovare il modo di condividerla con altri.
Non ho più la solita musica a tenermi compagnia. Non ci sono più cuffiette sempre tirate nelle orecchie.
Adesso sono solo io, al massimo le chiacchiere di mia madre al telefono o la visione di questa gente che non guardo, so solo che esiste, sdraiata da qualche parte. Sagome sconosciute per le quali non provo la benché minima curiosità.
Quando torno a casa mi sento improvvisamente stanca.
E quel sudore dopo la sessione mi si è raffreddato addosso proprio grazie a quella brezza che tanto mi era piaciuta.
Sento il dolore prender possesso della schiena, del collo.
Una doccia non smorza le contratture, mi sento scricchiolante come legno vecchio.
Passo le ore a lavoro col desiderio di finire, desiderio del buio o anche solo di un letto fresco dentro il quale immergere la faccia.
Ma il sabato sera sembra non arrivare mai, il tempo si dilata sotto questo sole bruciante di metà giornata. E arranco stanca, sfinita.




