martedì 22 settembre 2026

Vorticare



Mare liscio come l'olio. Di un colore così azzurro da volercisi tuffare. Nuvole a strati che di così belle ce ne sono solo ad aprile e settembre. Ho fotografato il cielo tre o quattro volte e mi è sembrato diverso ad ogni istante. 
Ho incontrato tante persone stamattina, con ciascuna ho scambiato due parole veloci senza fermarmi mai. 
Quando procedo ad un buon ritmo so che fermare le gambe è un peccato, ma lo sarebbe anche risparmiarsi un sorriso o un momento di socialità.

Negli ultimi mesi ho vissuto come un'ombra e il massimo che potessi dedicare alle persone era un saluto con la mano o un cenno del capo.
Stamattina il fresco mi forniva quella spinta per poter tornare un pochino me stessa.
Un uomo mi ha detto che ho un passo meraviglioso. Un altro che sono uno spettacolo.
E forse non c'era nulla di meraviglioso o di spettacolare, ma quei commenti erano all'ordine del giorno prima, quando i miei occhi ridevano da soli e sembravo sempre allegra. Stamattina mi sono sentita un po' come in quei tempi, quando riuscivo a vivere con maggiore leggerezza, a sentir meno il peso delle responsabilità o dei cambiamenti necessari di questi mesi.

A volte mi chiedo se quella donna è ancora presente dentro di me o se l'abbia persa per sempre.
Se la posso recuperare, ritrovare, riavere con me.
Mi manca quella gioia serena, quella spensieratezza di perenne ragazzina.

Mi mancano anche tutti i fiori e le piante del mio terrazzo, quelli che ho curato ed amato per anni e che venerdì notte una potente tromba d'aria ha falciato via. 
Ieri con pazienza ho impiegato ore per pulire tutto ciò che era stato distrutto.
Piangevo mentre raccoglievo i detriti, le foglie, i tronchi, la terra.
Allora stamattina ho comprato una piantina di erica rosa. L'ho fatto perché ricominciare è doveroso. Sempre. E ad ogni costo.

mercoledì 16 settembre 2026

A-Mare

 

Dalla metà di settembre il mare, al mattino, torna il posto silenzioso nel quale mi piace fuggire ancora e ancora. Via le folle, gli ombrelloni, gli asciugamani buttati a terra, la musica negli stabilimenti.
Gli unici suoni sono quelli delle onde che si infrangono sul bagnasciuga e il passaggio dei gabbiani.
C'è posto per pensare, per correre, per tornare sé stessi. 

Ho incontrato Simone ieri, il suo lido chiuderà alla fine del mese. Ma ora, al posto delle numerose file di lettini e sdraie blu, vi è un'ampia striscia di sabbia vuota. 
Ci conosciamo da tre anni, sua moglie e i suoi genitori lavorano lì con lui.
La faccia ed il corpo abbronzatissimi, tirati. Gli occhi stanchi dopo una stagione sfinente, eppure sbarazzini, giovani, entusiasti come sempre. Non c'è un lido che mi piaccia più del suo, perché con loro è come sentirsi a casa, in famiglia. E forse più di ogni altra cosa a me piace questo, di un luogo o di una persona: la sensazione di calore, accoglienza, amicizia.

Al mare, sul serio, manca solo la A iniziale.
E in settembre questo sentimento torna prepotente, liberissimo, docile eppure violento.
E' un abbraccio, un nido, una parola di conforto.
E' il momento in cui gli ospiti se ne vanno, resti a casa da solo, in silenzio, a rimettere tutto a posto. Magari accendi una luce soffusa, una musica leggera, una candela che col suo scoppiettare ti tenga compagnia. E quando tutto è di nuovo in ordine sospiri, sorridi, ti siedi, ti guardi intorno. Sei di nuovo a casa.

lunedì 14 settembre 2026

In Trappola



Due ragazzine sedute sulla stessa panchina.
Una con i capelli azzurri, l'altra color nocciola.
Erano vestite allo stesso modo e se una delle due non avesse avuto i capelli decolorati avrei potuto confonderle, tanto erano simili. 
Non si guardavano. Non osservavano i cigni, i germani reali, le persone sulla spiaggia scura, il lago a due passi da lì. C'erano solo quei dannati schermi che le risucchiava in un silenzio tombale. 
Avrei voluto scuoterle, dir loro di parlarsi, di guardarsi negli occhi, di farsi una compagnia reale e non così effimera. E invece ora tutto è talmente piatto: ciascuno è perso dentro video stupidi che anziché comunicare qualcosa tolgono il poco che ancora c'è.

Il mondo è diventato così falso, così irreale. 
Esiste ancora qualcosa di vero, di profondo, di giusto?
O è solo distrazione, voltarsi altrove, non pensare?

Si attraversa la strada col telefono in mano.
Si guida col telefono in mano.
Si finge di ascoltare i figli col telefono in mano.
Si fanno le vacanze col telefono in mano.
Ci si preoccupa poco, mi sembra, del disastro che sta avvenendo a livello globale (economico, politico, climatico, sociale) perché fin quando ci si può distrarre tutto sembra restare in piedi.
Che avvilimento. 

Siamo sempre più soli, più poveri, meno liberi. Stiamo morendo bolliti o bruciati in un clima che peggiora ogni anno di più.
E non facciamo nulla se non girarci da un'altra parte.

mercoledì 9 settembre 2026

9



Giorno numero nove di settembre, e ancora non so che pensarne.
Non riesco a farmene un'idea, come di quelle persone con cui parli per un'ora intera e in quella successiva ti interroghi su cosa vi siate detti. Non hai inquadrato la persona, il discorso, le idee. 
E così è stato settembre, finora, per me.
Una sorta di prolungamento scrauso di agosto.
Le giornate si sono accorciate ma addosso ho ancora la stessa afa putrida, la stessa sensazione di fatica dovuta alla suddetta. 
Lavoro, pulisco casa, procedo con allenamenti di cui non vado fiera.
Noto un cambiamento così sottile da non riuscire ad acciuffarlo. Mi sfugge tra le dita, non ne avverto neanche l'odore. 

Ero più felice un anno fa?
Forse non più felice ma sicuramente più viva.
Ho come la sensazione di barcamenarmi ora, non totalmente presente nello spazio che occupo, una creaturina che vaga in una perenne ricerca di sé stessa che non trova - quasi - mai. 

martedì 8 settembre 2026

Cavalli

 

La donna era seduta al primo banco della Chiesa.
Sentivo il suo ansimare dal fondo. 
Cadenzato. Dignitoso. Però presente.
Soffriva per qualcosa ed era lì per chiedere conforto.

Io non mi sedetti. Osservai gli affreschi e la bellezza di quel santuario in religioso silenzio.
Qualcosa mi aveva attirato lì e quello stesso qualcosa mi tratteneva al suo interno.
Era grande, maestosa, con tanto nero, tanto bianco, tanto oro. 
Cercai di tenere a mente quanti più dettagli possibili perché non ero lì per fotografare. Ero lì per guardare, ascoltare, lasciarmi assorbire.

Uscii e mi trovai davanti quel borgo semi disperso tra le montagne in cui qualche altro turista si divertiva a brulicare tra le viuzze come fossero cunicoli. 
Mi piaceva quel luogo, avrei potuto sentirmi a casa se solo vi fossi rimasta un poco più a lungo.
Entrai in uno studio d'arte, parlai con il vecchio pittore. Volle sapere di dov'ero, mi chiese di andarlo a trovare anche a Roma. Mi parve che dipingesse solo cavalli eppure, nonostante il ripetersi del soggetto, vi erano modifiche notevoli tra un'opera e la successiva, come se in cinquant'anni di professione avesse operato un'evoluzione continua negli stili e nei colori.
Piccolino, con baffi e capelli bianchi, vestito di tutto punto con un'eleganza sobria che gli calzava a pennello. Fu un incontro di pochi minuti ma mi lasciò addosso una sensazione positiva, vibrante, che ricordo ancora oggi sebbene siano passate almeno due settimane. 

Si torna sempre un poco più ricchi quando si vedono posti nuovi.

sabato 29 agosto 2026

Ripide Salite

 


Il percorso era impervio, tutto in salita.
Una salita ripidissima, fatta di sassi e di terra.
La strada stretta. Da un lato gli alberi e i rovi, dall'altro il vuoto.
Il sudore colava dappertutto, senza sosta. E il caldo riempiva l'aria fino a rendere i polmoni inservibili.
Ad un certo punto mi sono chiesta perché lo stessi facendo, quale bandiera avrei dovuto issare nel caso in cui fossi davvero riuscita a salire in cima.
Quale premio potessi riscuotere.
E la verità è che non c'erano premi, nessuno sarebbe salito sul podio. Era sofferenza gratuita.
Più della salita, che comunque stavo salendo ad un buon ritmo essendo allenata, mi spaventava la discesa. La possibilità tutt'altro che remota di mettere un piede in fallo e scivolare.

Alla fine sono arrivata.
E sono anche scesa.
Ma ricorderò tutto questo come un martirio di cui avrei potuto fare a meno.

Avevo organizzato questi tre giorni in montagna per sentire un po' di fresco.
Necessitavo di una tregua dall'afa accecante di questi mesi, di una parentesi dentro la quale riprendere a respirare. Una tana, un rifugio, tempo più soave e leggero.
E invece il benessere era ridotto alla mattina presto o alla sera. Durante il giorno il sole cocente tornava a tormentarmi, con l'aggravante che sotto di esso facevo escursioni e trekking.

La natura era meravigliosa. Ho abbracciato pini neri, abeti bianchi e rossi, raccolto pigne dalle forme geometriche perfette. Osservato serpenti e cervi.
Ma non riesco a cancellare la sensazione di respiro corto e maledetto che ho provato anche lì e che tuttora non mi abbandona, in queste stanze dove notte e giorno si superano sempre i 31 gradi, incessantemente. E' l'inferno e sembra non dover finire mai.

sabato 22 agosto 2026

Le Farfalle sul Letto

 

Sono tornata a casa, ho lavato le lenzuola, abbassato le tende, acceso il condizionatore.
E quando il sole bollente le ha asciugate nel giro di un'ora, sono finite di nuovo sul letto, calde e profumate, pronte per essere utilizzate di nuovo questa sera.
Mi mancava casa mia, anche se sono stata via appena qualche giorno.
E adesso che sono qui mi mancano i miei genitori. La comprensione di mia madre, le espressioni da bambino di papà. Ripete le stesse domande per ore, in un loop che in certi momenti sembra dilatarsi all'infinito. Non appena sembra comprenderle svaniscono di nuovo, perse in un luogo della sua mente che non sa ritrovare.
Però oggi, prima che andassi via, mi ha detto qualcosa che m'ha stretto il cuore: "permettetemi di essere utile, di fare sempre qualcosa per voi. Fosse anche solo spostare una sedia."
Piango per il dolore che prova. Piango per la stanchezza di mamma.
Piango per le vecchie lettere che ho trovato, i biglietti, i ricordi riposti in un cassetto. 

Mi asciugo queste lacrime amare, respiro la luce di casa mia.
Le farfalle sul letto, i fiori stremati dall'afa in terrazzo, gli abiti appoggiati ancora alla rinfusa qua e là, il silenzio di queste amate stanze.
Ho ancora negli orecchi le cicale, negli occhi la bellezza di una natura dolce e gioiosa.
Le salite, le discese, le ore noiose del pomeriggio. Le mattine a sgambettare in paese. Il caffè col mio più caro amico. Le preghiere seduta sotto gli affreschi della cattedrale. Il divano comodo di mio fratello. I momenti chiusa al buio in salotto, appoggiata mollemente sulla poltrona rossa, a non fare niente. Proprio io che faccio sempre qualcosa.
E' stato bello. Delicato, violento e purissimo come l'amore.