venerdì 24 maggio 2024

Vermiglio

 


L'infermiera allaccia il cordone di gomma intorno al braccio, quindi tocca la vena che pulsa sotto il suo dito. La buca. Il sangue sgorga a gran pressione nella cannula. Riempie due pipette che etichetta subito col mio nome e mette via. Poi sfila ogni cosa, mi sorride. 
Non credo di avere una bella cera. Mi sono alzata presto, ho bevuto solo un sorso d'acqua. Mi sono vestita in fretta e ho raggiunto il laboratorio a piedi. Io che al mattino faccio colazione ancor prima di aprire gli occhi.
Quando esco di lì cammino con la testa sospesa, la sento girare. Mi sento infinitamente debole.
Infilo un piede dietro l'altro e pian piano raggiungo il mare, che stamattina raggiunge la perfezione.
I colori sono fulgidi, pieni, incantevoli. Il sole è già pieno ma ancora non scalda. Sento l'ovatta col cerotto premere sotto il giubbino attillato. Ogni passo è un macigno. Devo mangiare qualcosa al più presto.
Sotto la Caserma dei Carabinieri trovo una fetta di spiaggia assolata. Appoggio la mia colazione da asporto sopra le travi di un'altalena di legno. Ingoio finalmente il farmaco che prendo ogni mattina da tredici anni, una piccola grande croce. Sento un po' freddo ma la visione del mare che si staglia qui di fronte mi riscalda piano. 
Non c'è nessuno. Sono sola con questa distesa blu che mi accarezza l'anima, gli occhi, la pelle.
La colazione sembra ancor più gustosa del solito ma ci vuole un po' prima che mi senta meglio. Metto via tutto, tocco il pancino che adesso è rigonfio. Mi alzo. La testa gira ancora, ma non riesco ad oziare, non riesco a farlo mai.
Allora cammino, cammino, guardo i cavalli girare alla foce e tornare indietro.
Chiamo mia madre, parliamo un po'. Mi consiglia di prendere anche un caffè e un dolce in pasticceria. 
Il caffè lo bevo davvero ma non sono più così affamata da comprare anche un dolce.

Lui voleva lasciar tutto a lavoro per venirmi a prendere.
E il nostro non è un lavoro che si possa lasciare per correr via anche solo cinque minuti.
Ho pensato...se non è amore questo, allora cos'è?
Non che mi servisse questa conferma, ma in quel momento l'ho provato forte anche io. Sgorgava veloce e vermiglio dal cuore come quel sangue di poco prima.

martedì 21 maggio 2024

Pesi




I problemi non mancano.
Non mancano mai, temo. 
Ce ne sono alcuni che mi entrano in loop nel cervello, che giocano a rimpiattino tra i miei neuroni mentre cerco di fare tutt'altro. E poi leggi frasi del tipo che per vivere bene non ci si deve pensare, che la vita va lasciata accadere, che va attraversata quasi distrattamente.
Che poi è quello che faccio da anni, forse da sempre. Mi barcameno tra questioni più grandi di me senza prestargli eccessiva attenzione per paura di ingigantirle.
Non ascolto i telegiornali per non lasciarmi travolgere dalla negatività e non mi crogiolo in pensieri spiacevoli per non cadere nelle sabbie mobili.
Lì lascio in qualche angolo, evito che mi risucchino pienamente.
Me ne resto a galla in qualche modo, guardando al bello nella maggior parte del tempo.

Ero sotto la pioggia due ore fa.
Un acquazzone giunto improvvisamente a gelarmi il collo e i riccioli. 
Sono entrata in un supermercato, ho comprato ciliegie a caro prezzo, le ho pregustate nella mia mente come se già mi stessero ballando sulla lingua. Ho atteso che spiovesse un po', poi sono ripartita con la mia sporta leggera. Il caffè l'ho preparato a casa, lentamente, con la moka Bialetti colorata di rosso e di verde che mi regalò mio fratello due anni fa. 
L'ho assaporato in un silenzio surreale che un po' sapeva di pace, un po' di malinconia.

Mio fratello.
Lo vedo così poco, ormai. E lo sento anche meno.
In alcuni momenti mi manca tremendamente. In altri attuo lo stesso modus operandi di poc'anzi, allontano la fitta affinché non mi pesi sul cuore.

giovedì 16 maggio 2024

Rifugio




Ero nel mio rifugio.
Che non è un posto specifico ma la mia spiaggia per intero.
Il mare era calmo e mi cullava gli occhi con un lento sciabordio verdeazzurro. La luce arrivava lieve e delicata, sebbene il sole mi scottasse già le spalle nude. Ho camminato a lungo per cercare un pezzo d'ombra, un albero qualsiasi che potesse concedere alla mia pelle chiara un po' di ristoro.
Qui e là qualche trattore spianava la sabbia, ma per il resto non c'erano che pochi pescatori silenziosi con l'unica compagnia delle proprie canne da pesca.
Non li ho mai visti tirar su qualcosa, eppure qualcuno di loro c'è sempre, se ne stanno lì per ore, osservano l'acqua, pensano. Credo che quest'abitudine abbia a che fare con l'attesa, che al giorno d'oggi si è persa tutta. Siamo sempre connessi, sempre a far qualcosa, sempre collegati. Non riusciamo più ad aspettare alcunché, pensiamo che tutto debba arrivare subito come un pacco di Amazon Prime. E il pescatore invece resta fermo con i propri pensieri, lontano da tutti, dalla vita stessa.
Si isola dal mondo, gli chiede di attendere come lui fa con i pesci. E poi magari se ne torna a casa a mani vuote, con l'unico immenso bottino di una pace interiore che noi gente sempre affannata non acciufferemo mai.

Parlavo con Enza ieri pomeriggio. 
Mi raccontava dei suoi tre mesi di spiaggia da adolescente, anno dopo anno. Sempre uguali, sempre meravigliosi.
Io gli ho raccontato di come, da bambina di collina, aspettavo quei cinque giorni al mare di luglio con una trepidazione che superava quella del Natale, del compleanno, del film preferito che passava in tv.
Poi quando finalmente ero lì mi commuovevo al punto di piangere e pensavo a quanto fossero fortunati tutti quelli che ci vivevano, che il mare lo potevano osservare ogni giorno, come una cosa normale.
E adesso che vivo qui ho capito che di normale non c'è niente, perché questo è uno spettacolo sempre unico e sempre nuovo. Ma soprattutto so che questa immensa fortuna devo proteggerla come posso e ad ogni costo.
Perché tutto può cambiare, ma questo amore qui, così intenso vibrante e pieno di luce, quante volte m'ha tenuto in vita, quante volte m'ha già salvato. 

sabato 4 maggio 2024

Melodia Straniera




Una musica struggente impregna l'aria. 
La lingua è straniera, quasi  fatico a distinguere dove finisca una parola e dove inizi la successiva. La melodia però arriva dritta al cuore, parla da sé col suo linguaggio universale che non necessita di traduzioni. E dura a lungo, si insinua, va ad appoggiarsi su lembi di pelle come una carezza sensuale. Mi trasporta in stanze buie dove le finestre vengano coperte da pesanti drappi. Fuori esplode un tramonto rosso ma qui dentro filtra appena, é solo una debole luce aranciata che ondeggia sui corpi a delineare forme e onde sinuose.
Non so quante persone contenga questa stanza semi buia, se vi siano anche animali silenziosi e se questi respiri lenti appartengano solo all'uomo che canta o a ballerini danzanti nell'ombra.
E continua, continua, sembra non finire mai. C'è qualcosa di doloroso in questo canto che a tratti somiglia ad un lamento. Eppur cambia improvvisamente, la melodia diventa allegra, ora sembra quasi una tarantella. Mi viene da sorridere nel constatare come questa musica sconosciuta riesca ad infiltrarsi in questi luoghi di penombra e li riempia completamente, fin quasi a farli esplodere.

Quando finisce mi sento sfibrata, bellissima e stanca come dopo un lungo amplesso. E laddove mi ha lasciata distesa avverto una ferita d'abbandono. 

mercoledì 1 maggio 2024

Notturno



Ti giri nel letto, anche stanotte dormi poco o nulla.
Ti svegli di soprassalto, vai in bagno, bevi un sorso d'acqua, poi torni e rientri sotto le coperte cercando di non svegliarmi.
Sento che ti avvicini, la tua mano si appoggia sul mio corpo.
Pensi che io stia dormendo. In realtà ascolto il tuo respiro, percepisco il tuo malessere.
Il tuo sonno non è più lo stesso da molti, troppi anni.
Lo stress da cui ti fai fagocitare ti ha tolto via via tante di quelle cose che mi piacevano di te.
Il sorriso, la voglia di scherzare, la battuta pronta, le canzoni demenziali, il prendere la vita alla leggera.
Adesso sei sempre un fascio di nervi e i prossimi mesi saranno cruciali.
Ne ho paura, mi ricordo quelli degli anni scorsi.
Mi ricordo anche del fatto che per quello stress mi ammalai anche io.
Ho la mia parte di responsabilità nella tua mancanza di sonno.
Sono tanti gli anni che siamo insieme e nel tempo abbiamo visto crescere rami diversi che si sono divisi, che sono andati a fiorire altrove o a seccare dentro stanze buie e silenziose.
Ti ho fatto male, tu ne hai fatto a me.
Non esiste un rapporto in cui a volte non ci si ferisca, non si provochino fratture.
So che a te mi lega qualcosa di profondo che ci ha unito ventenni e che in qualche modo ci resterà dentro sempre. Ma non penso più che invecchieremo insieme, certe granitiche certezze si sono sgretolate giorno dopo giorno senza che riuscissi o volessi metterci una pezza.
Forse in fondo certi convincimenti erano troppo alti, troppo puri, troppo grandi, troppo meravigliosi.
E la vita poi ci è passata in mezzo con la sua solita andatura sgraziata ed arrogante.
Quindi faccio ciò che mi viene meglio, vivere alla giornata, con questa sindrome ormai conclamata di chi fatichi a restar fermo e si debba muovere in continuazione, scheggia impazzita che tutti conoscono e nessuno vede davvero.
Questo tuo non dormire, però, mi fa così male che non te lo so spiegare.
E' come una ferita che mi sanguini nel petto e che si dilati a macchia d'olio fino a farmi scomparire.
Vorrei semplicemente che stessi bene. Che riprendessi a ridere. Che facessi del tuo poco tempo libero qualcosa di bello e che ti appaghi, che ti scarichi, che ti riempia. 
Che la smettessi di essere così orso, così infastidito dalla gente, così lontano dagli esseri umani. 
E io. Io dovrei finalmente crescere davvero, rendermi ancor più responsabile di me stessa. 

giovedì 25 aprile 2024

Assodato



La natura si stagliava silenziosa davanti ai miei occhi ed io ero lì, sola ma in compagnia di pensieri rumorosissimi, a gustarne la bellezza con gli occhi, il respiro, la pelle.
Avevo freddo ma anziché procedere con la mia solita andatura veloce, avanzavo lenta.
Non era una gara, un gioco, una voglia di sudore sulla schiena.
Era pace, meditazione, raccoglimento.
Era soprattutto solitudine.
E sebbene l'avessi cercata io stessa, in quel momento me la sentivo pesare addosso come se sulla schiena tenessi uno zaino pieno zeppo di pietre.
E allora arrancavo, anche se da fuori sembravo la solita me di sempre.
Eretta con la schiena, graziosa, una persona tranquilla.

Ma la tranquillità sembra avermi lasciato da un pezzo, forse non ero la compagnia che s'aspettava, forse non avevo abbastanza charme per tenerla con me.
Però c'erano nuvole splendide che disegnavano il cielo con cura, come farebbe un pittore quotato.
E poi c'erano i fiori. Il profumo dei boccioli. L'ombra delle folte piante. La strada stretta e semideserta. 
Ogni tanto mi accostavo ai lembi per far passare rare automobili che sembravano quasi essersi perse.
Che io mi sia persa, invece, è cosa certa.
Non c'è un quasi da mettermi accanto.
Temo che sia irrimediabilmente assodato.

lunedì 22 aprile 2024

Certezze Scomode



Mia madre piangeva al telefono ed io non sapevo come arrestare quel fiume di dolore e frustrazione che le usciva dagli occhi. Mentre cercavo di placarla, comprendendo quello sfogo, pensavo che mi sarebbe piaciuto un giorno fare altrettanto.
Portarla da qualche parte e raccontarle anche i miei, di crucci.
Quelli che nel tempo ho dovuto scavare più a fondo dentro di me, fin quasi a renderli invisibili.
Macerie ricoperte da un muro nuovo. Polvere sotto i tappeti.
Ho provato tenerezza, ma anche un senso di smarrimento.
In quel momento lei aveva bisogno di me ed io non c'ero. Non ci sono mai se non in quelle poche chiacchiere del mattino che lei aspetta con trepidazione.
Mi sa che non sono un granché come figlia. Ed ho fatto bene a non diventare madre, perché non sarei stata un granché neanche con un pargolo in braccio.
Esistono persone con gli occhi così rivolti verso sé stessi da non saper guardare gli altri se non in superficie. E a volte temo di essere una di quelle persone. Altre invece ne ho l'assoluta certezza.