sabato 11 aprile 2026

Spire

 


Avrei voluto scrivere di una disavventura che ho vissuto nella notte tra mercoledì e giovedì.
Ma non riesco.
Quei momenti, quel senso di terrore, quelle ore di panico mi avvolgono ancora le membra come farebbe un serpente con le sue spire. 
Le sento stringere ogni volta che ci torno con la mente.

E allora non lo faccio.
La metto solo qui, quella brutta notte.
Come se appoggiandola in un posto potessi togliermela dal ricordo.
Come se potessi rimuoverla, cancellarla. Buttarla via.
Come se bastasse spostare un evento traumatico per distruggerlo.

Ma no, non basta.
Lo dico con sicurezza.
Si va avanti, semplicemente.
Portandosi dietro quella paura, quell'eco.
E forse un giorno sparirà, andrà via da solo, smetterà di tenermi avvinta. 
Ma adesso è ancora qui, mi fissa coi suoi occhi aguzzi, si nutre dei miei pensieri. 

venerdì 3 aprile 2026

Tenderly

 


La vita va avanti. Per te, per me.
E a lavoro ho trovato un pacchetto di fazzoletti di una marca che in tanti anni non abbiamo mai acquistato, insieme. Mai, neanche una volta.
L'ho guardato. Accarezzato.
Non so perché la cosa mi abbia tanto colpito.
Andavamo a far la spesa insieme, prima. La domenica. 
Ora tu continui a frequentare quello stesso posto, negli stessi orari. Senza di me.
Io mi arrangio quando posso, durante la settimana.
E allora tu compri quello che ti serve.
E io compro quello che mi serve.
Separatamente.
Come tutto il resto. 

A volte mi sento sopraffatta dalle difficoltà che sto vivendo.
Emotive. Economiche.
Faccio fatica a far quadrare tutto. A far quadrare me stessa.
A tenermi in piedi.

Eppure domenica ho montato un mobiletto da sola. 
Ho impiegato ore.
Magari tu lo avresti fatto con una. 
Però non avevo mai tenuto un cacciavite in mano. E riuscire a vedere quel mobile montato mi ha reso orgogliosa di me stessa.
Il sole filtrava attraverso i vetri. La voglia di mangiare se n'era andata perché desideravo soltanto vederlo finito.
Una faticaccia.
Ma poi ho vinto.
E ho sorriso.
E mi sono sentita forte.

lunedì 30 marzo 2026

Fine Giornata



In questa nuova routine ho trovato un momento che mi fa sentire bene.

Ed è quello in cui, dopo le venti, torno a casa stanca dal lavoro.
Getto l'immondizia.
Percorro la mia rampa di scale.
E finalmente chiudo la porta. Il chiavistello.
Sospiro.
Guardo le mie cose. Sorrido.
Dunque mi spoglio.
Mi strucco.
Preparo velocemente la cena.
Entro sotto le stilettate violente ma confortanti di una doccia bollente.

Il silenzio, che per alcuni è spaventoso, per me è cura. Terapia. Rifugio.
Mi ci immergo completamente come si farebbe in una vasca di calda schiuma.
E, semplicemente, mi lascio cullare.

lunedì 23 marzo 2026

Polline




Davanti alla grande casa l'albero di pero nano era completamente fiorito.
Faceva freddo, intorno l'umidità mi congelava gli arti come in pieno inverno. Eppure lui era lì, bellissimo, pronto a farsi fotografare con i suoi rami colmi di fiori bianchi.
E la peonia accoglieva un gran numero di api che si contendevano la bellezza delle sue gigantesche corolle rosa. 

Con gli occhi ho preso quello che potevo.
E ho preso anche gli abbracci, gli sguardi, le parole, l'amore.
Devono tenermi caldo a lungo, allora li ho succhiati via come quegli operosi insetti col polline.

mercoledì 18 marzo 2026

Il Pozzo

 

Ci sono pezzi di vita che non puoi più guardare.
Non puoi voltarti verso di essi, osservarli di nuovo. 
Riavvolgere il nastro, spiare tra i fotogrammi. Le parole. I gesti. Gli occhi. 
Non puoi, non devi. 
Perché farlo significherebbe cadere in un pozzo nero di dolore dal quale non sapresti uscire.
E il dolore è un compagno freddo e calcolatore, ti avvolge con le sue spire fino a soffocarti.

Allora ti giri. Appoggi lo sguardo altrove.
L'uomo che ricostruisce il giardino nel palazzo a fianco.
Una cascata di fiori fucsia.
Una donna coi capelli rossi in bicicletta.
Il terrazzo da spazzare.
L'albero colmo di limoni.
Un nonno che tiene la mano stretta in quella del nipote.
Il vento aguzzo che ti spezza la faccia.

Il muratore ha alzato un bel muretto. Ricostruito la pavimentazione. Creato splendide aiuole in cui immagini piante colorate.
Una persona precisa.
Bevi il tuo caffè lungo, lo osservi lavorare in silenzio.
E' così bravo, non si distrae mai. Sembra non creare neppure polvere.
Testa bassa e mani meticolose. 
Ti piace guardarlo creare spazi che prima non c'erano o che erano stati pensati male.

Ma una mattina, molto presto, forse già domani, non lo troverai più lì.
Avrà appoggiato anche l'ultima pietra, sarà stato pagato, avrà iniziato un nuovo progetto altrove.
E forse ti sentirai un poco più sola. 

lunedì 16 marzo 2026

Magnolie




E' bello marzo.
Un giorno di freddo purissimo, uno di temporali perenni, uno di sole accecante, uno di vento inquieto.
Non ci si annoia a marzo, si sta come sull'altalena.
Oscillo tra i giorni, a volte cammino con la schiena dritta, altri mi siedo in un angolo a guardare il tempo scorrere.
Non c'è un manuale di sopravvivenza, non c'è un modo giusto di agire nei confronti di me stessa e di chi mi sta intorno. Allora semplicemente faccio del mio meglio, un passo alla volta, e vedo come va.

Mi sarebbe piaciuto non provocare dolore.
Mi sarebbe piaciuto non provarne io stessa.
Non sentirmelo addosso come una lama che ogni tanto si diverte a conficcarsi un po' più a fondo.
E' così e basta, ci si deve convivere.

Le magnolie giapponesi sono in fiore. Un tempo se ne vedevano pochissime, adesso riempiono i giardini.
Mi piacerebbe avere un enorme albero del genere.
Tanti meravigliosi petali rosa pastello.
Forse un giorno lo avrò e potrò stendermi lì sotto, schiena contro il tronco, a leggere poesie. 

venerdì 6 marzo 2026

Marzo

 

Dunque febbraio è finito e oggi il datario mi informa che è il 6 marzo.
Marzo.
Dov'ero in quei giorni, cosa facevo, mangiavo, bevevo, respiravo?
Mi svegliavo presto. Come sempre.
Pulivo casa forsennatamente. Come sempre.
Mi allenavo. Come sempre.
Preparavo da mangiare. Come sempre.
Andavo a lavoro. Come sempre.
E poi tornavo qui. Gettavo l'immondizia al posto suo. 
La radio che prima era sempre accesa, ora è spenta da un po'. 
Non riesco ad ascoltare musica se non pianissimo, un lamento appena accennato, distante.
Dunque la cena da sola.
La lunga doccia calda.
E addormentarsi con qualche ausilio.
Sprofondare.
A volte piangere, girarsi, sognare sogni che non ho mai ricordato.
Se penso a febbraio ricordo questa sfilza di gesti automatici nei quali ero presente per metà.
Soprattutto penso alle lacrime di mia madre al telefono, alla sua apprensione, alle mille paure che ha per me. Ho ricordi nitidissimi anche delle mie, di lacrime, e non ho mai pensato che un essere umano potesse produrne una simile quantità.
Il mare è ancora con me, compagno silenzioso, presenza costante, terapia.
Il cuore invece è in una sorta di coma farmacologico.
Deve aver esalato il suo ultimo battito regolare proprio un mese fa. 

Un giorno starò meglio, mi dico. Dev'essere così. Ma non è ancora quel giorno. E non so quando sarà.
Non voglio mettermi fretta, non voglio sentirmi sbagliata di star vivendo un dolore nel mio modo di farlo.
Perché esistono dei tempi personalissimi, di elaborazione, che non voglio forzare.
Me ne sto da sola perché tollero poco l'altrui compagnia e tutta la mia vita sociale si svolge a lavoro. Il resto delle ore è solo mio. Tolta la maschera dell'efficienza e della falsa allegria posso essere semplicemente me stessa. Una donnina con la pelle bianca e i riccioli neri che calpesta i giorni come può, attingendo ad una forza che non sapeva di avere.

Ho fotografato dei meravigliosi fiori di pesco, ieri.
A febbraio non c'erano.
Segno del fatto che tutto matura seguendo dei cicli ben precisi e che a volte i colori arrivano solo dopo un lungo periodo di pagine grigie.