Uno di quei giorni in cui me ne starei in silenzio da qualche parte, coperta da un mantello invisibile che mi nasconda alla vista della gente.
Quieta, almeno all'apparenza, distante e sottile come la foglia aguzza di un albero alto.
All alone with myself.
E invece devo stare tra la gente, sorridere, parlare, chiedere, rispondere.
Non c'è scampo per il mio bisogno di fuga, devo essere presente.
Non ci si può sottrarre. Non si può semplicemente andare via.
Si avvicina la Pasqua.
Si avvicina anche l'operazione di mia madre in una città troppo lontana da poter raggiungere con i miei orari, con la mia vita.
Si avvicinano inesorabili e più si avvicinano, più vorrei scappare.
Non voglio tavole imbandite, persone, chiacchiere, cibo. Non voglio festeggiare feste che non sento mie, che non m'appartengono. La solita rappresentanza vuota che nulla ha a che fare con me.
Non voglio neppure immaginarmi a lavoro mentre mia madre è su un letto operatorio e poi in una stanza che non è la sua, in mezzo a gente che non conosce, che non la possono assistere come farei io.
Stamattina piangeva al telefono, piena d'ansia, ripensamenti, sensazioni dolorose che l'attraversavano.
Un po' ho cercato di consolarla, un po' sapevo che qualcuno avrebbe dovuto consolare anche me.
E papà così svanito.
Sospiro.
Il caffè è amaro come sempre.
Chiudo gli occhi e mi lascio avvolgere da questo breve attimo di piacere.
La stanza è vuota, ospita me sola.
Dura solo un istante questa piccola gioia che profuma di chicchi tostati e che un po' m'accarezza un cuore pieno di buchi che non so riempire.






