Mi sono alzata presto. La notte non era stata un placido rifugio, bensì un inseguirsi di belve lungo un bosco ombroso. Ho aperto la finestra, fuori una leggera brezza aveva spazzato via buona parte della solita calura. Ho fatto colazione, mi sono vestita in fretta.
E quando fuori il vento mi ha accarezzato la pelle ho finalmente sorriso.
Quel momento poteva valere la nottataccia.
Lungo il tragitto ho bevuto un caffè, poi mi sono catapultata sulla spiaggia.
L'esperienza di due giorni prima era stata fisicamente devastante, ma questa volta tutto sembrava diverso, era sufficiente non sentire l'afa opprimere i polmoni.
Eppure...
Eppure i passi faticavano, le gambe dovevano schivare pezzi di sabbia difficilmente calpestabile, sembrava di essere su un percorso ad ostacoli.
Il mare mosso a due passi faceva un gran baccano, ogni onda si riversava sul bagnasciuga come se volesse colpirlo dritto in viso.
E la mente, la mente, non era altro che un ruggito, una supplica, un fastidio perenne.
La notte insonne, i pensieri sgradevoli, pesanti, erano macigni che mi annerivano la prospettiva.
Ero nel mio posto, finalmente ad una temperatura accettabile, per lo meno a quell'ora, e non ne stavo godendo come avrei voluto.
Soffrivo nel camminare, soffrivo nel pensare, soffrivo nel dover semplicemente esistere.
Però ho macinato chilometri, in quel moto ondoso che un po' mi tratteneva e un po' mi sospingeva via. E quando sono rientrata a casa e mi sono immersa nel solito andirivieni di doveri pre-lavorativi parte di quei sassi dietro la schiena li avevo lasciati cadere lungo la via.

Nessun commento:
Posta un commento