Il caldo disumano penetrava nella stanza buia come una maledizione.
Era pieno giorno ma ogni imposta era chiusa e le pale di un generoso ventilatore giravano instancabili da ore.
Appoggiata mollemente sulle lenzuola di fresco cotone immergevo la faccia nel cuscino come a voler cercare un riparo da quel senso di apnea.
E invece arrivarono pensieri d'infanzia che mi fecero piangere.
Non un pianto convulso, osceno, violento.
Un pianto dolce di bambina.
Ed ero bambina in quei ricordi. C'erano i miei zii.
Mi volevano bene, si vedeva. Lo sentivo fin dentro le ossa.
E poi c'erano le cattiverie di mia nonna su sua madre. Le vessazioni, le parole perfide, i continui tentativi di metter zizzania tra i miei genitori.
E allora piangevo su quel letto che mi faceva da riparo, nuda a parte quelle ridicole mutandine a fiori.
Sentivo le lacrime scendere docili sul viso, farsi strada fino alla bocca, al naso, poi scendere sul collo.
Non emettevo un solo suono. Piangevo e basta.
Poi mi sono asciugata. Alzata.
Ho cercato di allenarmi un po', di sentire il corpo al di là del cuore che mi pesava ostile nel petto.

Ricordi indelebili, nel bene e nel male.
RispondiEliminaVerissimo.
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