C'è una cosa che io faccio, sistematicamente, da tutta la vita.
Ed è allontanarmi dalle persone ogni volta che dentro ho qualcosa che non va.
Non riesco a condividere il dolore, la sofferenza, il senso di smarrimento, il caos.
E allora, come fanno i gatti quando stanno male, me ne vado.
Ho bisogno di rifugiarmi altrove.
Metaforicamente, non ha importanza che sia sotto un albero, su una spiaggia deserta o in mezzo ad una via così trafficata da risultare invisibile quanto tutti gli altri.
Ma io con le persone ci lavoro.
E la fuga a volte è così dannatamente difficile da farmi sentire schiacciata contro un muro, a boccheggiare, con la nausea perenne, gli occhi lucidi, le guance rosse, un volto bianco da anemica.
Però adesso sono a casa, finalmente.
Anche questa lunghissima giornata può dirsi conclusa.
Ho cenato.
Fatto una doccia bollente che m'ha tolto anche la pelle.
Lui è di là, in silenzio. E non sa quanto gli sia grata per starsene lì.
E farmi stare qui, soprattutto.
In una stanza diversa.
In quest'assenza di suoni.
Sola.

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