Ancora così raro incontrare qualcuno sulla spiaggia, al mattino presto.
Sono tuttora praticamente sola con i gabbiani, i pescatori, lo sciabordio delle onde.
Assaporo a fondo ogni mia piccola sensazione, l'annuso come si fa con l'aria di casa, quella che non ci stanca mai, che ci fa sentire accolti.
Osservo i primi lavori procedere negli stabilimenti o presso i ristoranti chiusi in inverno che dovranno riaprire tra poco.
Assi ridipinte di fresco, porte divelte messe a dimora, finestre tornate al loro posto, immondizia gettata via. Tutto procede inesorabile verso la ripresa della stagione. E allora si che arriverà gente, che questo luogo solitario che ho vissuto da sola per così tanti mesi riprenderà a ripopolarsi.
Non mi manca la gente, non mi è mancata mai.
Quel silenzio è per me vitale, preziosissimo, terapeutico.
Forse non sono ancora pronta a spartire con altri tutto questo, dunque spero che avverrà a poco a poco, quasi a darmi il tempo di accettare.
Ho avuto qualche difficoltà a mangiare, i giorni scorsi.
Non mi succedeva da tempo, sono ufficialmente guarita da un bel po'.
Son stati dieci giorni strani, ho rivissuto vecchi momenti. Tutto il cibo mi è sembrato nemico, una poltiglia putrida pericolosa da mettere in bocca.
Poi ho ripensato a mio fratello. A quella volta in cui a casa dei nostri genitori, mentre si parlava di tutt'altro, improvvisamente disse che il periodo più oscuro della sua vita è stato quando non mangiavo. Oscuro, disse proprio così. In quel momento era buio anche in volto.
Sospirai. Non mi ero neppure accorta di avergli dato quel dolore.
Sospiro anche adesso. Scusami fratello mio.