venerdì 24 luglio 2026

Moto Ondoso

 


Mi sono alzata presto. La notte non era stata un placido rifugio, bensì un inseguirsi di belve lungo un bosco ombroso. Ho aperto la finestra, fuori una leggera brezza aveva spazzato via buona parte della solita calura. Ho fatto colazione, mi sono vestita in fretta.
E quando fuori il vento mi ha accarezzato la pelle ho finalmente sorriso.
Quel momento poteva valere la nottataccia. 

Lungo il tragitto ho bevuto un caffè, poi mi sono catapultata sulla spiaggia.
L'esperienza di due giorni prima era stata fisicamente devastante, ma questa volta tutto sembrava diverso, era sufficiente non sentire l'afa opprimere i polmoni.

Eppure...
Eppure i passi faticavano, le gambe dovevano schivare pezzi di sabbia difficilmente calpestabile, sembrava di essere su un percorso ad ostacoli.
Il mare mosso a due passi faceva un gran baccano, ogni onda si riversava sul bagnasciuga come se volesse colpirlo dritto in viso.
E la mente, la mente, non era altro che un ruggito, una supplica, un fastidio perenne.
La notte insonne, i pensieri sgradevoli, pesanti, erano macigni che mi annerivano la prospettiva.
Ero nel mio posto, finalmente ad una temperatura accettabile, per lo meno a quell'ora, e non ne stavo godendo come avrei voluto.
Soffrivo nel camminare, soffrivo nel pensare, soffrivo nel dover semplicemente esistere.
Però ho macinato chilometri, in quel moto ondoso che un po' mi tratteneva e un po' mi sospingeva via. E quando sono rientrata a casa e mi sono immersa nel solito andirivieni di doveri pre-lavorativi parte di quei sassi dietro la schiena li avevo lasciati cadere lungo la via.

martedì 21 luglio 2026

41

 

41.
Gli anni che ho appena compiuto.
Un compleanno diverso, per ovvie ragioni.
Non peggiore, non migliore. Solo tanto diverso.

E' un bel numero il 41. 
Ancora non so cosa ne farò ma desidero che ci sia del colore.
Il verde, l'azzurro, il rosso, il giallo, il rosa.
E poi tutte le sfumature in mezzo.

La mia torta di compleanno è stato un gelato artigianale in tarda serata.
E potevano esserci le candeline ma non c'erano.
E potevano esserci intorno i miei genitori ma non c'erano.
E potevo abbracciare mio fratello ma non lo vedo da due mesi.
E il gelato era buonissimo, comunque. Perché non ha tanto senso fare la lista di quello che non c'è. E' più importante guardare ed apprezzare completamente quello che hai.
E c'era la panna sopra. E c'era una piazza delicatamente illuminata. E c'era uno splendido campanile rischiarato da uno spicchio di luna. E c'era un affetto sincero accanto. L'unico.
E c'era il vestitino nero che mi cadeva addosso proprio come qualche anno fa.
E c'erano i ricci spettinati sulla testa.
E c'era un bel sorriso, il mio.
E c'erano le persone intorno. 
E c'erano i ricordi.
E c'erano le speranze per l'avvenire.

E allora tanti auguri a me. Perché un po' di gioia me la merito di nuovo, che in fondo in fondo sono una brava e bella personcina.

lunedì 13 luglio 2026

Estate

 


Il caldo.
Le cosce e le braccia nude.
Il sudore lungo la schiena, sul collo, sul viso.
Ogni passo sotto il sole una fatica immensa.
Incontrare amici lungo la spiaggia, non fermarmi abbastanza con nessuno.
Ripartire subito, di fretta, come inseguita da qualcuno.
La spesa.
Altre persone, altre chiacchiere, qualche sorriso.
Poi rientrare, la doccia fresca, il pavimento da lavare.
Il melone da aprire. Annusare. Assaggiare.
Ricordare le more di ieri. I fiori di zucca. Qualcuno che mi vuol bene.
Le gambe sul tavolo fresco, una lieve abbronzatura. Un rivolo d'aria che arriva per qualche istante e poi fugge altrove.

venerdì 10 luglio 2026

21

 

Ho cancellato una bozza di post. 
Parlava di noi. 
Del fatto che oggi, qualora non ci fossimo lasciati ormai diversi mesi fa, avremmo festeggiato ventuno anni insieme.
Ventuno.

E' un giorno strano questo qui. Non so come lo stia vivendo tu. Non so neppure cosa ne sto facendo io.
Avrei voluto saltarlo a piè pari, arrivare a domani, leggerlo come un giorno qualunque, oppure stordirmi, ubriacarmi, dormire. Solo che io non mi stordisco, non mi ubriaco e dormo solo di notte. Neanche sempre.

E allora sono qui, in questo giorno che un tempo ha significato molto, ha significato tutto.
A pensare che tutto quello che abbiamo vissuto ha un valore anche oggi e sempre ne avrà.
A pensare che ti amerò fino all'ultimo mio giorno, perché il vero amore non muore mai. Muoiono i rapporti, si sfilacciano, si stancano, si strappano, si scuciono, impazziscono, cambiano. Ma i sentimenti se ne vanno solo quando non hanno avuto significato.

So che la decisione presa a inizio anno è quella giusta.
Tu con la tua vita, io con la mia vita.
A raccogliere i cocci di un'esistenza che forse un giorno sarà di nuovo intera, a suo modo.
Ma una decisione giusta a volte porta con sé anche tanto dolore che va elaborato come si elabora un lutto, con gli stessi giorni difficili e tristi.
E questo è uno di quelli, anche se fingeremo che non sia così.

Non voglio più vivere con te, stare con te, invecchiare con te.
Ma resti un pilastro, un pezzo di cuore, d'anima. Un braccio, una gamba, una vena femorale.
Perché un rapporto può finire, e il nostro era finito molto tempo prima di prenderne atto. Ma il bene no, il bene non finisce mica. E allora eccolo qua, me lo porto addosso, ci cammino insieme, me lo tengo stretto perché so quanto conta.

martedì 7 luglio 2026

E Allora



E allora di nuovo mi son ricordata che la natura m'appartiene ed io le appartengo.
Che in quello spazio infinito, dove a perdita d'occhio non si vedevano altro che monti, prati, fiori di lenticchie e papaveri rossi, io mi sentivo me stessa.
Parte di ogni filo d'erba, d'ogni nuvola passeggera, di ogni sentiero piccolo o grande, figlia di tutto quel silenzio che mi si posava lieve addosso. Senza risucchiarmi.
Era con me, parte di me. 
Non c'erano aquile né poiane in volo. Ma sui fiori era un viavai di farfalle gialle.
E poi i cavalli.  

Si percepiva lontananza.
Dalla gente, dal caos, dal rumore, dalle voci, dalle ambulanze in corsa, dagli asfalti roventi.
Era quiete. Finalmente quiete.

giovedì 2 luglio 2026

Mattino

 


Quando mi sono alzata l'insopportabile calura era stata un poco spazzata via da un'insolita brezza.
Ho aperto tutte le finestre, mi sono lasciata cullare dall'aria fresca. Ho visto il termometro in casa scendere di appena due gradi, ciononostante sentirmi meglio, respirare.
Il cielo andava via via coprendosi di nubi scure ed ho scattato una foto sui tetti appena prima che la pioggia iniziasse a cader giù.
Col mio cappuccino tiepido sono uscita in terrazzo. Ho appoggiato le gambe nude sul tavolo freddo.
Le gocce mi sbalzavano addosso ed il vento mi accarezzava intrepido le spalle esposte.
Non c'era nessuno in strada e i vasi di fiori iniziavano a riempirsi d'acqua.

Ho respirato. Osservato.
Annusato l'odore pungente della terra bagnata.

Per un attimo mi è sembrato di poter restare lì e non pensare a null'altro.
Un momento di sospensione, di fuga dal caldo ma anche dalla vita stessa.
Una parentesi giocosa, necessaria.
Meravigliosa.

So che la pagheremo cara e già ora l'afa ricomincia a salire.
Però il ricordo di quei dieci minuti di sollievo me lo sento ancora addosso, lieve, come un campo di lavande odorose. 

lunedì 29 giugno 2026

Lenzuola Fresche



Il caldo disumano penetrava nella stanza buia come una maledizione.
Era pieno giorno ma ogni imposta era chiusa e le pale di un generoso ventilatore giravano instancabili da ore.  
Appoggiata mollemente sulle lenzuola di fresco cotone immergevo la faccia nel cuscino come a voler cercare un riparo da quel senso di apnea.
E invece arrivarono pensieri d'infanzia che mi fecero piangere.
Non un pianto convulso, osceno, violento.
Un pianto dolce di bambina.
Ed ero bambina in quei ricordi. C'erano i miei zii.
Mi volevano bene, si vedeva. Lo sentivo fin dentro le ossa.
E poi c'erano le cattiverie di mia nonna su sua madre. Le vessazioni, le parole perfide, i continui tentativi di metter zizzania tra i miei genitori.
E allora piangevo su quel letto che mi faceva da riparo, nuda a parte quelle ridicole mutandine a fiori.
Sentivo le lacrime scendere docili sul viso, farsi strada fino alla bocca, al naso, poi scendere sul collo.
Non emettevo un solo suono. Piangevo e basta.
Poi mi sono asciugata. Alzata.
Ho cercato di allenarmi un po', di sentire il corpo al di là del cuore che mi pesava ostile nel petto.