sabato 31 gennaio 2026

Tace



Una mattina di assoluto silenzio.
Neanche la musica sono riuscita a sopportare.
L'accendevo, provavo ad ascoltare una canzone.
La spegnevo.
Poi magari accendevo ancora ma spegnevo di nuovo.
Non riuscivo.
Persino lo stimolo che mi è più familiare mi sembrava eccessivo. Di troppo.

Avrei potuto allenarmi. Come sempre.
Ma sentivo addosso una stanchezza mentale, fisica, emotiva che mi spingeva verso il basso.
Che tendeva a rimpicciolirmi.
Mi teneva tra le dita, esserino minuscolo, avrebbe potuto schiacciarmi.

Allora ho fatto colazione in un silenzio tombale, nel semibuio.
Man mano che il giorno faceva capolino aprivo le finestre, sentivo l'aria fresca del mattino penetrare le stanze.
Ho preso un libro di poesie che amo, preparato un caffè forte, lungo, amaro.
Ho portato tutto in terrazzo, mi sono seduta lì.
Era fredda l'aria? tiepida? non saprei dirlo.
Io ero lì e basta. Leggevo due poesie. Sorseggiavo il caffè.

Sono rientrata, ho chiamato mia madre come di consueto.
Appena due parole, mi sono defilata subito.
E ho lavato le maioliche con l'ammoniaca.
Preparato una tortina alle mele senza zucchero.
Il suo pranzo. Il mio.
Ancora in quel silenzio totale.
Pulito i pavimenti. Le superfici.

Mi sono guardata allo specchio. Ho fatto un massaggio delicato sulla pelle del viso.
I capelli erano un po' folli come al solito ma tuttavia accettabili.
La pelle alabastro.
Gli occhi spenti.
Avrei potuto uscire come sempre. Vedere gente. Prendere un caffè nel solito bar. Osservare il mare. Le nuvole. Le conchiglie sulla sabbia. 
E invece sono rimasta qui. E fra poco lavorerò. E quella gente sarà il massimo livello di socialità da cui potrò farmi violentare oggi. 

giovedì 29 gennaio 2026

Sola

 

C'è una cosa che io faccio, sistematicamente, da tutta la vita.
Ed è allontanarmi dalle persone ogni volta che dentro ho qualcosa che non va.
Non riesco a condividere il dolore, la sofferenza, il senso di smarrimento, il caos.
E allora, come fanno i gatti quando stanno male, me ne vado.
Ho bisogno di rifugiarmi altrove.
Metaforicamente, non ha importanza che sia sotto un albero, su una spiaggia deserta o in mezzo ad una via così trafficata da risultare invisibile quanto tutti gli altri.

Ma io con le persone ci lavoro.
E la fuga a volte è così dannatamente difficile da farmi sentire schiacciata contro un muro, a boccheggiare, con la nausea perenne, gli occhi lucidi, le guance rosse, un volto bianco da anemica.

Però adesso sono a casa, finalmente.
Anche questa lunghissima giornata può dirsi conclusa.
Ho cenato. 
Fatto una doccia bollente che m'ha tolto anche la pelle.
Lui è di là, in silenzio. E non sa quanto gli sia grata per starsene lì.
E farmi stare qui, soprattutto. 
In una stanza diversa.
In quest'assenza di suoni.
Sola. 

sabato 24 gennaio 2026

Intrecci

 

Avevo voglia di scrivere.
Ma se scrivessi tutto quello che veramente avrei bisogno di dire, allora le parole non sarebbero altro che macchie d'inchiostro, un groviglio, un intreccio di nero su un bianco sporco, macchiato.
E tutto sarebbe così poco comprensibile che non scrivere affatto è, tuttavia, l'unica scelta sensata che possa prendere.
E allora son qui, su questa pagina ancora immacolata, ad immaginare quelle parole, vederle fluire fuori, scorrere su binari che non s'incontrano mai, file di pensieri cui io stessa non so dare ordine.
Le vedo uscirmi dalla testa, attraversare i riccioli scuri e ribelli, nascondersi dietro il divano, le sedie, quindi i pensili della cucina.
Sarò a lavoro tra non molto, ma adesso sono ancora qui, ad ascoltare la lavastoviglie lavorare, a guardare questo sole tiepido che filtra leggero, che prova a scovare dove quelle parole si siano annidate, quasi a volerle portar fuori, mostrargli questo mondo di grigi e di scuri in cui ogni tanto, almeno ogni tanto, ci si dovrebbe prender la briga d'esser responsabili di ciò che si fa e di quel che si pensa.

martedì 20 gennaio 2026

Possibili Scenari

 


Credo che a volte, seppur sporadicamente, un po' come tutti gli altri bambini io abbia ricevuto carezze, abbracci ed affetto dai miei genitori.
Al di là della cura pratica, intendo.
Ma la questione è che non ricordo neanche uno di quei gesti.
Ho ricordi vividissimi da bambina, anche quando ero molto piccola, ma non ricordo un solo attimo di affetto, di cura emotiva o sentimentale, di conforto.
E oggi, a quarant'anni, sto venendo a patti col fatto che probabilmente non li ricordo perché non ce ne sono stati.
E qui si spiegherebbe la ragione per cui mio fratello non riesce ad avere una vera e propria storia d'amore.
E si spiegherebbe anche il motivo per cui quel ragazzetto di ventidue anni si dovette prendere la briga di insegnarmi ad abbracciare.
Impiegò un anno per farlo. 
Un anno intero in cui non mi fece mai pesare il fatto di non aver problemi nel fare sesso ma di non saper assolutamente come si abbraccia un altro essere umano.
Quando lui mi abbracciava mi proteggevo il corpo con le braccia. Stringevo me stessa. Non riuscivo a farmi abbracciare, ad abbracciare a mia volta.
Lui pazientemente si metteva intorno le mie braccia, anche dieci volte o più, tutte quelle in cui io tornavo nella mia posizione originaria.
Solo dopo mesi riuscii a farmi toccare in quel modo, toccare a mia volta.
Fu un insegnamento così dolce, da parte sua, che non lo dimenticherò più. 

Ma ora che son grande, a volte, di notte, mi chiedo perché tutto questo non lo abbiano fatto i miei genitori.
Ricordo le volte in cui mio zio mi teneva sulle ginocchia.
Le coccole.
I suoi occhi innamorati.
E i miei genitori, invece, niente.
Eppure mi amano. Non c'è nulla che mi sia mancato. Tendo sempre a giustificarli, a perdonare, in nome della vita complicata di mia madre, della presenza ingombrante di mia nonna, dell'affetto pratico di mio padre.
Ma al di là di tutto, è ora di ammettere che non hanno mostrato alcuna considerazione per la mia vita emotiva. Sono cresciuta tenendo dentro ogni emozione, ogni paura, ogni dubbio. Sapevo di non poterli raccontare, sapevo che avrei potuto contare su di loro se mi mancava un quaderno, ma non se mi mancava la terra sotto i piedi. 
Non c'è stato conforto. Mai.
E adesso lo so.
Non è mai tardi.

E comunque, non fa niente.
Davvero.
Che poi alla fine ho le spalle larghe, credo. 

domenica 18 gennaio 2026

Clementine

 

Giravamo in tondo, mio fratello ed io, intorno alla grande casa. Percorrendo l'intero giardino. Fermandoci spesso affinché io fotografassi mandarini, limoni, poligone in fiore, panorami. O semplicemente il cielo.
E parlavamo, come non possiamo fare mai, noi due da soli, che ci vediamo così poco.
Mi chiedeva come lavare le lenzuola. Dove stenderle. Che tessuti scegliere. Quanto spesso ripetere i lavaggi. 
Erano discorsi pratici, tranquilli. Finalmente ero io ad insegnargli qualcosa.
Non faceva freddo, l'aria era mite, il sole tiepido ma presente. 
Nuvole di panna montata ci guardavano vorticare in mezzo al verde e piccole gemme si preparavano per mostrarci grosse peonie fiorite tra due mesi o tre.
Era tempo rubato alla fretta, tempo lieve che calma i nervi.

E ora me ne sto qui in silenzio, sotto le coperte.
Anche questo non faccio mai.
Appena tornata da lì ho messo a posto la spesa e sono uscita per fare qualche chilometro.
Neanche cinque, un'inezia per me. E indossavo i tacchi.
Però sono il tipo che non sa stare sul divano se prima non s'è stancata bene, se non si è mantenuta costantemente in attività.
Soffro l'inerzia, non comprendo l'ozio.
Sono il tipo che si allena anche in vacanza o con la febbre.
Non sono sempre stata così, credo che ad un certo punto in me sia avvenuto un cambiamento drastico, di quelli che non smetterò mai di ringraziare.
Anche se mi rendono strana agli occhi degli altri.
"Ti sei riposata?"
"Riposerò a ottant'anni, adesso voglio fare."
E così anche le chiacchiere con mio fratello sono avvenute camminando, anche se in tondo, anche guardando le stesse cose meravigliose che conosco bene.
Sotto Natale convinsi anche la figlia di mia cugina, molto sedentaria. E parlammo a lungo. Parlò lei, in realtà. Io ascoltai.
Forse per parlare con me bisogna venirmi dietro? adattarsi ai miei ritmi? aveva il fiatone, eppure procedeva. Non mi lasciava andare perché sapeva che io, invece, non mi sarei fermata.
A volte mi chiedo se sia normale procedere sempre dritti e passare del tempo con qualcuno solo se disposto ad adeguarsi.

mercoledì 14 gennaio 2026

Grigio




Mi sento spaesata, oggi.
Come se il mondo, sotto i miei piedi, traballasse.
Come un tavolo con i piedi rotti.
O una sedia tarlata.
Così è il mondo, oggi. 
E per quanto mi impegni, per quanta strada faccia, per quanto cerchi di raddrizzare le cose, mi sento spingere verso il basso.

Le nuvole sono fitte, grigio topo.
Il mare sciaborda appena.
Non ci sono barche in acqua.
I pescatori, vecchi e giovani, sono tutti a riva, con la loro sfilza di auto, a parlottare tra loro.
Osservano, decidono, aspettano. 
Percepiscono la mia presenza ma non ci guardiamo, faccio ormai parte del paesaggio, sono un habitue. 

E a ridosso del mare non c'erano altri che io. 
Mi sono sentita sola, residuo di un sogno strano, in cui mi sposavo senza uno sposo. 
O di quando ieri mattina ho visto i miei zii, morti da qualche anno. Erano con me, insieme ad altra gente che non conosco. Parlavamo tranquilli. Un sogno strano anche quello, una vicinanza che non è presenza.
Sembravo serena, in entrambi i casi, ma non lo ero.
Si chiama apparenza. 
Dentro gli occhi avverto un tremolare cauto, una tempesta mite.

lunedì 12 gennaio 2026

Cose

 

Ho buttato via un po' di roba, oggi.
Sono salita sopra, ho aperto i cassetti, tolto smalti e rossetti che non utilizzo da una vita.
Avrei voluto continuare, buttare ancora. Togliere, togliere, togliere.
Lasciare appena l'essenziale.
E man mano so che è esattamente ciò che farò.
Gli oggetti di cui ci si circonda, da cui a volte ci si fa fagocitare, in molti casi non servono.
Sono vecchi, brutti, inutili, scaduti, macchiati.
E non sono il tipo che si affeziona alle cose, che ne trae un significato profondo o spirituale.
Ho fatto un po' di autocritica, in realtà. 
Quanti soldi avrei potuto risparmiare. Quante stupidaggini ho acquistato sull'onda di un'entusiasmo che oggi, fortunatamente, non mi prende più.
Non ho bisogno di andare per saldi, di comprare un nuovo copriletto, di scegliere un'altra borsa.

E stamattina, come ogni volta che butto via qualcosa che non serviva, mi sono sentita più leggera.