Il percorso era impervio, tutto in salita.
Una salita ripidissima, fatta di sassi e di terra.
La strada stretta. Da un lato gli alberi e i rovi, dall'altro il vuoto.
Il sudore colava dappertutto, senza sosta. E il caldo riempiva l'aria fino a rendere i polmoni inservibili.
Ad un certo punto mi sono chiesta perché lo stessi facendo, quale bandiera avrei dovuto issare nel caso in cui fossi davvero riuscita a salire in cima.
Quale premio potessi riscuotere.
E la verità è che non c'erano premi, nessuno sarebbe salito sul podio. Era sofferenza gratuita.
Più della salita, che comunque stavo salendo ad un buon ritmo essendo allenata, mi spaventava la discesa. La possibilità tutt'altro che remota di mettere un piede in fallo e scivolare.
Alla fine sono arrivata.
E sono anche scesa.
Ma ricorderò tutto questo come un martirio di cui avrei potuto fare a meno.
Avevo organizzato questi tre giorni in montagna per sentire un po' di fresco.
Necessitavo di una tregua dall'afa accecante di questi mesi, di una parentesi dentro la quale riprendere a respirare. Una tana, un rifugio, tempo più soave e leggero.
E invece il benessere era ridotto alla mattina presto o alla sera. Durante il giorno il sole cocente tornava a tormentarmi, con l'aggravante che sotto di esso facevo escursioni e trekking.
La natura era meravigliosa. Ho abbracciato pini neri, abeti bianchi e rossi, raccolto pigne dalle forme geometriche perfette. Osservato serpenti e cervi.
Ma non riesco a cancellare la sensazione di respiro corto e maledetto che ho provato anche lì e che tuttora non mi abbandona, in queste stanze dove notte e giorno si superano sempre i 31 gradi, incessantemente. E' l'inferno e sembra non dover finire mai.





