venerdì 10 luglio 2026

21

 

Ho cancellato una bozza di post. 
Parlava di noi. 
Del fatto che oggi, qualora non ci fossimo lasciati ormai diversi mesi fa, avremmo festeggiato ventuno anni insieme.
Ventuno.

E' un giorno strano questo qui. Non so come lo stia vivendo tu. Non so neppure cosa ne sto facendo io.
Avrei voluto saltarlo a piè pari, arrivare a domani, leggerlo come un giorno qualunque, oppure stordirmi, ubriacarmi, dormire. Solo che io non mi stordisco, non mi ubriaco e dormo solo di notte. Neanche sempre.

E allora sono qui, in questo giorno che un tempo ha significato molto, ha significato tutto.
A pensare che tutto quello che abbiamo vissuto ha un valore anche oggi e sempre ne avrà.
A pensare che ti amerò fino all'ultimo mio giorno, perché il vero amore non muore mai. Muoiono i rapporti, si sfilacciano, si stancano, si strappano, si scuciono, impazziscono, cambiano. Ma i sentimenti se ne vanno solo quando non hanno avuto significato.

So che la decisione presa a inizio anno è quella giusta.
Tu con la tua vita, io con la mia vita.
A raccogliere i cocci di un'esistenza che forse un giorno sarà di nuovo intera, a suo modo.
Ma una decisione giusta a volte porta con sé anche tanto dolore che va elaborato come si elabora un lutto, con gli stessi giorni difficili e tristi.
E questo è uno di quelli, anche se fingeremo che non sia così.

Non voglio più vivere con te, stare con te, invecchiare con te.
Ma resti un pilastro, un pezzo di cuore, d'anima. Un braccio, una gamba, una vena femorale.
Perché un rapporto può finire, e il nostro era finito molto tempo prima di prenderne atto. Ma il bene no, il bene non finisce mica. E allora eccolo qua, me lo porto addosso, ci cammino insieme, me lo tengo stretto perché so quanto conta.

martedì 7 luglio 2026

E Allora



E allora di nuovo mi son ricordata che la natura m'appartiene ed io le appartengo.
Che in quello spazio infinito, dove a perdita d'occhio non si vedevano altro che monti, prati, fiori di lenticchie e papaveri rossi, io mi sentivo me stessa.
Parte di ogni filo d'erba, d'ogni nuvola passeggera, di ogni sentiero piccolo o grande, figlia di tutto quel silenzio che mi si posava lieve addosso. Senza risucchiarmi.
Era con me, parte di me. 
Non c'erano aquile né poiane in volo. Ma sui fiori era un viavai di farfalle gialle.
E poi i cavalli.  

Si percepiva lontananza.
Dalla gente, dal caos, dal rumore, dalle voci, dalle ambulanze in corsa, dagli asfalti roventi.
Era quiete. Finalmente quiete.

giovedì 2 luglio 2026

Mattino

 


Quando mi sono alzata l'insopportabile calura era stata un poco spazzata via da un'insolita brezza.
Ho aperto tutte le finestre, mi sono lasciata cullare dall'aria fresca. Ho visto il termometro in casa scendere di appena due gradi, ciononostante sentirmi meglio, respirare.
Il cielo andava via via coprendosi di nubi scure ed ho scattato una foto sui tetti appena prima che la pioggia iniziasse a cader giù.
Col mio cappuccino tiepido sono uscita in terrazzo. Ho appoggiato le gambe nude sul tavolo freddo.
Le gocce mi sbalzavano addosso ed il vento mi accarezzava intrepido le spalle esposte.
Non c'era nessuno in strada e i vasi di fiori iniziavano a riempirsi d'acqua.

Ho respirato. Osservato.
Annusato l'odore pungente della terra bagnata.

Per un attimo mi è sembrato di poter restare lì e non pensare a null'altro.
Un momento di sospensione, di fuga dal caldo ma anche dalla vita stessa.
Una parentesi giocosa, necessaria.
Meravigliosa.

So che la pagheremo cara e già ora l'afa ricomincia a salire.
Però il ricordo di quei dieci minuti di sollievo me lo sento ancora addosso, lieve, come un campo di lavande odorose. 

lunedì 29 giugno 2026

Lenzuola Fresche



Il caldo disumano penetrava nella stanza buia come una maledizione.
Era pieno giorno ma ogni imposta era chiusa e le pale di un generoso ventilatore giravano instancabili da ore.  
Appoggiata mollemente sulle lenzuola di fresco cotone immergevo la faccia nel cuscino come a voler cercare un riparo da quel senso di apnea.
E invece arrivarono pensieri d'infanzia che mi fecero piangere.
Non un pianto convulso, osceno, violento.
Un pianto dolce di bambina.
Ed ero bambina in quei ricordi. C'erano i miei zii.
Mi volevano bene, si vedeva. Lo sentivo fin dentro le ossa.
E poi c'erano le cattiverie di mia nonna su sua madre. Le vessazioni, le parole perfide, i continui tentativi di metter zizzania tra i miei genitori.
E allora piangevo su quel letto che mi faceva da riparo, nuda a parte quelle ridicole mutandine a fiori.
Sentivo le lacrime scendere docili sul viso, farsi strada fino alla bocca, al naso, poi scendere sul collo.
Non emettevo un solo suono. Piangevo e basta.
Poi mi sono asciugata. Alzata.
Ho cercato di allenarmi un po', di sentire il corpo al di là del cuore che mi pesava ostile nel petto.

martedì 23 giugno 2026

Il Graffio

 

C'è questo caldo che sfianca, che riveste ogni cosa.
E quando cammini per la strada non sai mai se reggerai un altro passo o se ti fermerai lì, improvvisamente, su quella mattonella d'asfalto che brucia e che sembra risucchiarti verso il centro della terra.
Un tempo l'estate era gioia, uscite serali, divertimento, bella gente, belle cosce abbronzate, cocktails colorati. Adesso somiglia ogni anno che passa ad un girone infernale in cui devi attivare al massimo le tue funzioni vitali per restare semplicemente vivo.

Improvvisamente sento la pelle aprirsi lungo la spina dorsale.
Un lungo graffio che inizia ad arrossarsi e poi a sprigionare sangue.
Mi guardo allo specchio.
Il caso ha voluto che la ferita proseguisse appena sotto quella dello scorso anno.
E allora adesso sembra un tutt'uno. 
Uno squarcio rosso che mi attraversa la schiena, che si appoggia sulle vertebre sporgenti.
Sento un poco di dolore mentre disinfetto e vedo l'ovatta colorarsi di un rosso soffice, delicato come questa pelle ferita.
Penso che anche questo non guarirà mai davvero. Che avrò sempre la compagnia di questa lacerazione rossastra sul pallore candido del mio involucro.
Come un tatuaggio accompagnerà ogni mio gesto.
E ci sarà sempre qualcuno a chiedermi che m'è successo.
E io a rispondere "piccolezze".
Piccolezze che mi restano addosso.

E forse la vita è davvero tutta lì.
In quelle piccolezze che ci restano sulla pelle, tra i tessuti, a fare la nostra storia. 

venerdì 19 giugno 2026

Come Stelle

 

Il vecchio signore era di fronte a me.
Anche se non si somigliano, non posso fare a meno di pensare a mio padre quando ci parlo.
Hanno dei tratti caratteriali in comune, dei modi di fare.
E così, quando due persone in fila si sono messe a prenderlo in giro per la lungaggine della sua presenza di fronte a me, la loro maleducazione mi ha ferito il cuore.
Avrei voluto abbracciarlo.
Avrei voluto abbracciare mio padre.
Farmi dire che va tutto bene, che ce la posso fare e che ce la farò, che tutte queste difficoltà un giorno finiranno e tornerò a ridere di pancia come ho fatto sempre.
A far brillare gli occhi.

Come stelle.

Due fanali nella notte.

E invece arranco. Soprattutto nella testa, nel cuore.
E nelle cose di tutti i giorni. Quelle piccole, quelle grandi.

martedì 16 giugno 2026

Frecce

 


C'era una grande mongolfiera gialla.
E c'erano i prati.
E c'erano i simulatori di volo.
E c'erano gli aerei.
E c'erano le acrobazie in cielo.
E c'era la musica.
E c'era il gelato limone e fragola.
E c'erano le montagne.
E c'era il sole.
E c'era il vento.
E non c'erano i posti a sedere.
E bisognava stare in piedi per ore.
E c'erano personaggi che avevo sempre e solo visto in foto.
E c'era il caffè nel bicchierino di carta.
E c'era la scuola di volo.
E c'erano gli atleti.
E c'erano gli sparabolle. 
E c'era il panino col prosciutto mangiato sul muretto.
E c'erano le magliette appese da comprare.
E non c'erano i fiori che mi fanno allergia.
E c'era il cappellino fucsia che mi riparava dal sole.
E c'erano le creme per tenere ben protette le spalle.
E c'erano migliaia di persone.
E c'erano le Frecce Tricolori.
Ed ero felice.