Le bacche, i fiori, i fichi maturi, le more.
Foglie rossastre ai bordi delle strade.
Erba gialla stremata dal sole, ma anche zone ombrose e umide in cui l'asfalto e la terra sembrano non asciugarsi mai.
La solita sveglia presto, dopo una notte a combattere con le zanzare.
Ma poi il fresco mattutino di un paesaggio diverso dal mio solito, le gambe svettanti sulle salite e la cautela nelle discese.
Il caffè nel bar in cui entravo già da ragazzina. La preghiera seduta nell'ultimo banco della cattedrale, come la più recalcitrante delle scolarette.
Il ritorno a casa con lo scoppiare improvviso del caldo, la doccia fredda, i piedi scalzi sulle mattonelle blu.
I riccioli bagnati, l'asciugamano viola che mi avvolge tutta.
Il silenzio nella vecchia casa dei miei genitori, ma le loro voci urlanti giungere dal piano di sotto.
Il salotto preso in ostaggio dalla mia valigia, i miei abiti, la mia agenda aperta sui libri che leggevo un secolo fa. Le nostre foto sulla libreria.
Siamo ancora lì, mamma non ha tolto nulla, ogni mattina ci vede ancora abbracciati mentre spolvera i ripiani. Ho dato uno sguardo anch'io, un po' di emozione si è congelata dietro gli occhi e non è bastato volgere lo sguardo per scioglierla.
Anche lo studio del dottore era bello. C'erano mobili antichi, vecchi libri, enciclopedie. Una cucina mai usata, un divano logoro, un piccolo bagno rosa alla fine dell'appartamento.
Quando sono andata via una donna con una bimba in braccio m'ha tenuto il portone aperto. Le ho sorriso.
I miei genitori sono felici di avermi qui, mi coccolano, cercano di non intralciare la mia libertà.
Parliamo, lavo i piatti, mangiamo insieme di fronte ad una piccola tv che non guardiamo. Poi mi isolo, leggo, ascolto musica, mi rifugio nel salotto ombroso che è diventata la mia alcova.
Sarò qui per qualche giorno, tra il frinire delle cicale, il silenzio tombale del pomeriggio spezzato solo dai drammi turchi che guarda mia madre. E lo svanire dei ricordi nella mente di mio padre.





