domenica 8 febbraio 2026

Nuvole

 

Nuvole scure si abbassano fino a toccare terra.
E così cielo e asfalto assumono uno stesso identico colore. Li si distingue e fatica.
Allora mi concentro sul verde dei giardini.
Sulle piante colme di limoni.
Sulle tinteggiature bizzarre delle pareti di queste belle villette.
Osservo ogni cosa come se la vedessi per la prima volta, e invece vengo qui ogni giorno, osservo le stesse identiche staccionate, gli stessi balconi, le stesse automobili parcheggiate lungo le strade.
Amo questo quartiere e non pensavo, quando mi trasferii qui, che sarebbe stato davvero così.
Per me era solo un luogo, un posto qualsiasi dove abitare.
E invece poi è diventato dimora, non solo casa.
Mi piace la tranquillità che vi si respira, le scuole, i servizi, le strade parallele e ordinate.
E' un posto simile a molti altri ma pian piano l'ho conosciuto e capito, con le sue imperfezioni, i suoi giorni storti. Come si potrebbe fare con una persona.

Sul mare quelle stesse nuvole ingrigivano le onde. Erano alte e chiassose, facevano un gran baccano.
Avevo staccato la musica da tempo, in giro non c'era nessuno.
Tutti preferivano il calore ed il conforto della propria casa.
Ma io ero lì, ad osservare quello che stavo osservando, a pensare quello che stavo pensando.
Inquieta come quel mare, con i ricci via via sempre più aggrovigliati, le labbra spaccate dal vento.
Non faceva neanche freddo e il lungo cappotto mi teneva al riparo dalle raffiche.
Poi il cielo m'ha fatto la grazia. E' iniziato a piovere solo quando ero già sotto la doccia bollente, con gli occhi chiusi, la musica di nuovo accesa. Non la sentivo davvero, ma sapevo che c'era.

giovedì 5 febbraio 2026

Filo Spinato

 

Avrei voluto una ricetta per fare tutto giusto, per non ferire più dello stretto necessario, per non sbagliare.
Un modello da seguire.
Uno schema.
Un manuale da leggere e imparare a memoria.
Farei del mio meglio per non provocare dolore. 
Per posarmi lieve sulla vita delle persone. Una piuma che accarezza, che non graffia.

Ma ci sono situazioni nelle quali il dolore non può essere evitato.
Io stessa ho forse potuto farne a meno? mi è stato forse risparmiato? Sono forse riuscita a starne fuori, a non farmi coinvolgere, a gettarmelo via di dosso prima che mi scartavetrasse completamente gli organi interni?
No, no. E ancora no.
E' tuttora qui con me, cucito con un filo resistente tra un poro e l'altro della pelle.
E' lì a ricordarmi che metà del mio sangue se ne è uscito fuori come dopo una coltellata.

C'è una violenza in tutto questo che mi lascia pietrificata.
E tutta questa esitazione, tutto questo pensare, questo toglier sonno alle notti, e quiete ai giorni, ha un senso? o è solo tempo sprecato, tempo che sto sottraendo, senza averne il diritto?
Potrò ancora abbracciare chi amo, dopo avergli inferto un colpo?

martedì 3 febbraio 2026

Cocci

 


Ho scritto di più in questo periodo. Forse cerco di tirar fuori.
Oppure è il mio modo di non implodere. Non so.
Credo che l'esplosione interna sia già avvenuta. E che il mio corpo, la mia mente, stiano cercando di raccattarne i pezzi.
Mi sembra di camminare tra le macerie, a volte.
Come quella volta in cui in mezzo ai paesi terremotati ho calpestato chilometri di cocci in un paesaggio che sembrava senza vita.
Ma era più vivo che mai. Resisteva al disastro.

E anche io, tutto sommato, sto facendo questo.

Piove. Goccioline lievi che cadono scomposte, trascinate dal vento.
C'è una cosa che devo assolutamente capire: le case demolite si possono ricostruire.
E anche le persone.

sabato 31 gennaio 2026

Tace



Una mattina di assoluto silenzio.
Neanche la musica sono riuscita a sopportare.
L'accendevo, provavo ad ascoltare una canzone.
La spegnevo.
Poi magari accendevo ancora ma spegnevo di nuovo.
Non riuscivo.
Persino lo stimolo che mi è più familiare mi sembrava eccessivo. Di troppo.

Avrei potuto allenarmi. Come sempre.
Ma sentivo addosso una stanchezza mentale, fisica, emotiva che mi spingeva verso il basso.
Che tendeva a rimpicciolirmi.
Mi teneva tra le dita, esserino minuscolo, avrebbe potuto schiacciarmi.

Allora ho fatto colazione in un silenzio tombale, nel semibuio.
Man mano che il giorno faceva capolino aprivo le finestre, sentivo l'aria fresca del mattino penetrare le stanze.
Ho preso un libro di poesie che amo, preparato un caffè forte, lungo, amaro.
Ho portato tutto in terrazzo, mi sono seduta lì.
Era fredda l'aria? tiepida? non saprei dirlo.
Io ero lì e basta. Leggevo due poesie. Sorseggiavo il caffè.

Sono rientrata, ho chiamato mia madre come di consueto.
Appena due parole, mi sono defilata subito.
E ho lavato le maioliche con l'ammoniaca.
Preparato una tortina alle mele senza zucchero.
Il suo pranzo. Il mio.
Ancora in quel silenzio totale.
Pulito i pavimenti. Le superfici.

Mi sono guardata allo specchio. Ho fatto un massaggio delicato sulla pelle del viso.
I capelli erano un po' folli come al solito ma tuttavia accettabili.
La pelle alabastro.
Gli occhi spenti.
Avrei potuto uscire come sempre. Vedere gente. Prendere un caffè nel solito bar. Osservare il mare. Le nuvole. Le conchiglie sulla sabbia. 
E invece sono rimasta qui. E fra poco lavorerò. E quella gente sarà il massimo livello di socialità da cui potrò farmi violentare oggi. 

giovedì 29 gennaio 2026

Sola

 

C'è una cosa che io faccio, sistematicamente, da tutta la vita.
Ed è allontanarmi dalle persone ogni volta che dentro ho qualcosa che non va.
Non riesco a condividere il dolore, la sofferenza, il senso di smarrimento, il caos.
E allora, come fanno i gatti quando stanno male, me ne vado.
Ho bisogno di rifugiarmi altrove.
Metaforicamente, non ha importanza che sia sotto un albero, su una spiaggia deserta o in mezzo ad una via così trafficata da risultare invisibile quanto tutti gli altri.

Ma io con le persone ci lavoro.
E la fuga a volte è così dannatamente difficile da farmi sentire schiacciata contro un muro, a boccheggiare, con la nausea perenne, gli occhi lucidi, le guance rosse, un volto bianco da anemica.

Però adesso sono a casa, finalmente.
Anche questa lunghissima giornata può dirsi conclusa.
Ho cenato. 
Fatto una doccia bollente che m'ha tolto anche la pelle.
Lui è di là, in silenzio. E non sa quanto gli sia grata per starsene lì.
E farmi stare qui, soprattutto. 
In una stanza diversa.
In quest'assenza di suoni.
Sola. 

sabato 24 gennaio 2026

Intrecci

 

Avevo voglia di scrivere.
Ma se scrivessi tutto quello che veramente avrei bisogno di dire, allora le parole non sarebbero altro che macchie d'inchiostro, un groviglio, un intreccio di nero su un bianco sporco, macchiato.
E tutto sarebbe così poco comprensibile che non scrivere affatto è, tuttavia, l'unica scelta sensata che possa prendere.
E allora son qui, su questa pagina ancora immacolata, ad immaginare quelle parole, vederle fluire fuori, scorrere su binari che non s'incontrano mai, file di pensieri cui io stessa non so dare ordine.
Le vedo uscirmi dalla testa, attraversare i riccioli scuri e ribelli, nascondersi dietro il divano, le sedie, quindi i pensili della cucina.
Sarò a lavoro tra non molto, ma adesso sono ancora qui, ad ascoltare la lavastoviglie lavorare, a guardare questo sole tiepido che filtra leggero, che prova a scovare dove quelle parole si siano annidate, quasi a volerle portar fuori, mostrargli questo mondo di grigi e di scuri in cui ogni tanto, almeno ogni tanto, ci si dovrebbe prender la briga d'esser responsabili di ciò che si fa e di quel che si pensa.

martedì 20 gennaio 2026

Possibili Scenari

 


Credo che a volte, seppur sporadicamente, un po' come tutti gli altri bambini io abbia ricevuto carezze, abbracci ed affetto dai miei genitori.
Al di là della cura pratica, intendo.
Ma la questione è che non ricordo neanche uno di quei gesti.
Ho ricordi vividissimi da bambina, anche quando ero molto piccola, ma non ricordo un solo attimo di affetto, di cura emotiva o sentimentale, di conforto.
E oggi, a quarant'anni, sto venendo a patti col fatto che probabilmente non li ricordo perché non ce ne sono stati.
E qui si spiegherebbe la ragione per cui mio fratello non riesce ad avere una vera e propria storia d'amore.
E si spiegherebbe anche il motivo per cui quel ragazzetto di ventidue anni si dovette prendere la briga di insegnarmi ad abbracciare.
Impiegò un anno per farlo. 
Un anno intero in cui non mi fece mai pesare il fatto di non aver problemi nel fare sesso ma di non saper assolutamente come si abbraccia un altro essere umano.
Quando lui mi abbracciava mi proteggevo il corpo con le braccia. Stringevo me stessa. Non riuscivo a farmi abbracciare, ad abbracciare a mia volta.
Lui pazientemente si metteva intorno le mie braccia, anche dieci volte o più, tutte quelle in cui io tornavo nella mia posizione originaria.
Solo dopo mesi riuscii a farmi toccare in quel modo, toccare a mia volta.
Fu un insegnamento così dolce, da parte sua, che non lo dimenticherò più. 

Ma ora che son grande, a volte, di notte, mi chiedo perché tutto questo non lo abbiano fatto i miei genitori.
Ricordo le volte in cui mio zio mi teneva sulle ginocchia.
Le coccole.
I suoi occhi innamorati.
E i miei genitori, invece, niente.
Eppure mi amano. Non c'è nulla che mi sia mancato. Tendo sempre a giustificarli, a perdonare, in nome della vita complicata di mia madre, della presenza ingombrante di mia nonna, dell'affetto pratico di mio padre.
Ma al di là di tutto, è ora di ammettere che non hanno mostrato alcuna considerazione per la mia vita emotiva. Sono cresciuta tenendo dentro ogni emozione, ogni paura, ogni dubbio. Sapevo di non poterli raccontare, sapevo che avrei potuto contare su di loro se mi mancava un quaderno, ma non se mi mancava la terra sotto i piedi. 
Non c'è stato conforto. Mai.
E adesso lo so.
Non è mai tardi.

E comunque, non fa niente.
Davvero.
Che poi alla fine ho le spalle larghe, credo.