Ci sono pezzi di vita che non puoi più guardare.
Non puoi voltarti verso di essi, osservarli di nuovo.
Riavvolgere il nastro, spiare tra i fotogrammi. Le parole. I gesti. Gli occhi.
Non puoi, non devi.
Perché farlo significherebbe cadere in un pozzo nero di dolore dal quale non sapresti uscire.
E il dolore è un compagno freddo e calcolatore, ti avvolge con le sue spire fino a soffocarti.
Allora ti giri. Appoggi lo sguardo altrove.
L'uomo che ricostruisce il giardino nel palazzo a fianco.
Una cascata di fiori fucsia.
Una donna coi capelli rossi in bicicletta.
Il terrazzo da spazzare.
L'albero colmo di limoni.
Un nonno che tiene la mano stretta in quella del nipote.
Il vento aguzzo che ti spezza la faccia.
Il muratore ha alzato un bel muretto. Ricostruito la pavimentazione. Creato splendide aiuole in cui immagini piante colorate.
Una persona precisa.
Bevi il tuo caffè lungo, lo osservi lavorare in silenzio.
E' così bravo, non si distrae mai. Sembra non creare neppure polvere.
Testa bassa e mani meticolose.
Ti piace guardarlo creare spazi che prima non c'erano o che erano stati pensati male.
Ma una mattina, molto presto, forse già domani, non lo troverai più lì.
Avrà appoggiato anche l'ultima pietra, sarà stato pagato, avrà iniziato un nuovo progetto altrove.
E forse ti sentirai un poco più sola.

C'è sempre una maledetta voce che esce da quel pozzo e ti chiama sempre... e sempre per nome. Difficile non ascoltarla.
RispondiEliminaFarei leggere questo post alle persone che pensano che la lro vita sia inutile, che non servano a nessuno... Non è vero. Anche in modo non consapevole, semplicemente facendo ciò che fai sempre (la donna in bicicletta, il nonno, il muratore), puoi esser di aiuto a qualcuno, rendergli la vita più leggera, anche se solo per un secondo.